È strano, non mi ero mai accorta di lui nonostante fossimo vissuti nella stessa città per quasi mezzo secolo. Lo so, è brutto dire mezzo secolo, inequivocabilmente rivela la mia età. Quindi è meglio che non giri troppo intorno alle parole e mi presenti: mi chiamo Elisa, ho oltrepassato da poco la soglia dei cinquant’anni e insegno matematica alle scuole medie. Sono sposata, ma non felicemente da oltre trenta anni e agli occhi altrui sembra che il mio matrimonio assomigli al mare della tranquillità. Sono stata un’abile moglie a celare il mio fallimento matrimoniale. Ma anche madre esemplare di due figli: sì, perché i miei figli li amo, anche se quello che sto per confessare non lo farebbe supporre. Vivo la mia vita come tante donne della mia generazione, quella nata negli anni sessanta. Quella generazione che ha cavalcato l’onda del cambiamento che, poi, non ci ha reso migliori di quelli nati prima di noi.

Mi sono sposata giovanissima, avevo appena vent’anni, e quando sono rimasta incinta frequentavo ancora l’università. Credevo che quello fosse amore, ma mi resi conto di essermi sbagliata appena andammo a vivere insieme. Lui era solo il padre naturale di quel figlio che portavo in grembo, ma per quell’uomo che diceva di amarmi, non provavo granché: era come un bicchiere di acqua zuccherata, mentre io cercavo qualcosa di più forte.

Pensavo che col tempo il nostro rapporto avesse funzionato. Invece niente, dopo il primo figlio eccone subito un altro e lui avrebbe ulteriormente acuito il disagio che avevo dentro. Ma non ebbi il coraggio di mandare tutto all’aria e lasciai che le cose andassero avanti da sole. Forse sono stata vigliacca con me stessa, sono rimasta con lui, ma ho continuato a cercare l’amore in un altro uomo. Quello che a me mancava.

 Non immaginavo, però, che ci sarei cascata di nuovo, dopo quasi vent’anni. Sì, perché allora, quando mi innamorai di un altro, il matrimonio mi stava stretto. Loro, i miei due figli, hanno ricevuto sempre tutto il mio amore, lo so è normale amare i propri figli anche se concepiti da un marito che non amavo. Mi sembrava che quella dimensione in famiglia non fosse della mia taglia. Era come se fossi costretta a indossare una 38, mentre la mia vera taglia era una 44. Ecco, quella era la mia condizione.

Mi sentivo soffocare, qualcosa mi stringeva il petto.

Era il cuore che cercava di uscire, voleva farsi strada. Vedevo sfuggire la mia vita giorno dopo giorno. Era diventato tutto tremendamente difficile, desideravo sentirmi viva, desiderata. Volevo essere amata, coccolata, accarezzata. Ero alla ricerca di quelle tenerezze che mi mancavano. Lui mi trascurava, e tutto il mondo sembrava cadermi addosso. Mi accorgevo che la vita lentamente mi stava sfuggendo di mano e con essa l’amore.

Quando m’innamorai di Pietro ero una donna che aveva superato da poco la soglia dei trent’anni e mi stavo incamminando lentamente verso la stagione della maturità. Quando la nostra giovinezza inizia a tramontare e con essa i nostri sogni. Non volevo che ciò accadesse.

Mi rividi con lui, era stato un mio ex compagno di liceo. Al tempo della scuola, avemmo una breve storia condita da molto sesso e, forse, anche da un po’ d’affetto. Quando ci incontrammo di nuovo, tra noi s’instaurò un’intensa relazione amorosa, come ai vecchi tempi del liceo, che poi scemò quando le nostre strade si divisero a causa di scelte universitarie diverse.

La nostra storia andò avanti di nuovo per circa sei anni. Una storia, ancora una volta, intensa e forse anche con più amore. Quel sentimento che in me era svanito dopo appena due anni di matrimonio.

Mio marito, troppo occupato nei suoi interessi, non si accorse della mia relazione con Pietro. Era troppo concentrato nel suo lavoro e nella sua passione per la caccia. Il suo ruolo di dirigente di un’importante azienda di elettrodomestici e il suo hobby lo portavano spesso all’estero. Era in giro per l’Europa e a volte fuori anche per intere settimane di fila. Passavo intere giornate da sola e la storia con Pietro fu un piacevole intermezzo nel mio piatto ménage piatto e privo di sussulti. I miei figli non risentirono di questa storia, anzi, credo di essere stata una brava madre, premurosa e molto abile nel nascondere la mia doppia vita.

Tutto scorreva su un binario liscio, senza curve. Il treno sul quale viaggiavamo io e Pietro correva veloce, ma si fermò bruscamente per un guasto irreparabile. Tutto s’interruppe quando lui ebbe un brutto incidente in montagna che lo immobilizzò su una sedia a rotelle. Il nostro viaggio finì lì causandomi ancora una volta dolore e smarrimento. Certo non ci saremmo più frequentati, era diventato impossibile far combaciare di nuovo le nostre vite e i nostri segreti incontri.

E caddi, nuovamente, nel limbo della depressione.

*  *  *

Stefano, lo incontrai ad una festa tra amici. Una di quelle rimpatriate che di solito si fanno alla nostra età, e che servono a ricordare i bei tempi andati; dove tutti dispensano battute e fanno apprezzamenti su storie d’amore passate più o meno importanti. Allora la malinconia, a volte, ci prende allo stomaco perché gli anni più belli della nostra esistenza sono scivolati veloci; come un fiume che scorre lento, ma che inesorabilmente porta con sé i detriti e li accumula sulle sponde della nostra vita. Quelle risate a denti stretti, ci accomunava, però ci rendeva un po’ goffi e ridicoli.

Stefano era dei nostri, un amico di amici comuni, però sembrava non divertirsi. Lo notai: era un po’ distaccato dal gruppo, i suoi occhi guizzavano agili seguendo il ritmo dei discorsi ed esprimevano curiosità e interessamento. Dentro il suo completo di lino color sabbia con cravatta marron a pois bianchi, accennava ogni tanto ad un leggero movimento delle labbra, come ad apprezzare certe battute. Fino a quando il suo sguardo si scontrò con il mio e, alzando il bicchiere per salutarmi mise in mostra una corona di perle bianchissime.

Mi avvicinai per salutarlo e gli chiesi se si divertiva in mezzo a tutta quella confusione. Lui, con il suo whiskey in mano, mi sorrise e piantò i suoi occhi, scuri come la notte, dentro di me. Senza volerlo, aveva sfondato il muro della mia solitudine e lentamente stava scavando un varco nella mia anima; un fremito improvviso mi pervase e come una ragazzina mi sentii le guance prendere fuoco. Credo si fosse accorto del mio turbamento.

Faceva troppo caldo all’interno con tutta quella gente; mi domandò se mi andava di uscire per prendere una boccata d’aria e accettai l’invito. Allontanandoci, parlammo degli amici che in fondo al salone continuavano a divertirsi e forse sembravano un po’ eccessivi nel loro squacquerare. Ma non era di quello che in realtà volevamo parlare.

Lui voleva sapere di me e io volevo conoscere la sua storia.

Improvvisamente qualcosa si era mosso dentro di me. La mia anima, dopo tanti anni da quella lunga storia avuta con Pietro, aveva ricominciato ad espandersi affannosamente. Il mio cuore aveva ripreso a pulsare forte. Il suo invito mi aveva fatta sentire di nuovo corteggiata. Ci allontanammo dalla sala e, mentre le risate sfumavano nella semioscurità del parco, diluita dalle candele alla citronella, mi prese sotto braccio sospingendomi lontano dalla confusione e da occhi indiscreti. Ci ritrovammo abbracciati come due adolescenti sotto il profilo scuro di un ippocastano che diffondeva un dolce profumo di umido e di muschio.

Lui mi prese la mano e l’avvicinò alle sue labbra. Un gesto nobile, d’altri tempi, che mi aveva piacevolmente sorpresa e non la ritrassi. Lasciai che le sue labbra sfiorassero la mia mano e presto le nostre bocche cominciarono a cercarsi. Mi lasciai andare in quel bacio profondo che progressivamente stava caricandosi di passione. Un bacio così intenso al quale non ero più abituata da tanti anni. Solo Pietro era riuscito a farmi provare quelle sensazioni. Ma ormai, lui era solo un lontano ricordo sfuggito per sempre.

Con la mente in subbuglio, rientrammo furtivi. Tutti ancora si stavano divertendo, o forse era solo una parvenza e non fecero caso alla nostra momentanea fuga. Dopo quel bacio improvviso, prima di salutarci ci scambiammo la promessa di incontrarci ancora.

Rientrai a casa dalla festa che erano da poco passate le due. Mio marito era ancora sveglio ed era incollato alla tv a guardare una partita di calcio. Mi chiese come era andata.

- Bene - risposi - c’era tanta gente. E mi sedetti accanto a lui.

Ero ancora eccitata. Quel bacio sotto l’ippocastano, mi faceva sentire ancora la sua lingua che mi perlustrava. Ci eravamo abbandonati a noi stessi come due adolescenti in una bolla. Quella trasgressione mi aveva confuso; avevo voglia di fare l’amore. Mi avvicinai a lui e mi lasciai andare. Feci sesso con mio marito pensando a Stefano. Però il cuore continuava ad essere avulso; rimaneva chiuso a chiave.

Come sempre, non rimasi soddisfatta. Del resto nulla più mi piaceva di mio marito. Da troppo tempo il nostro rapporto si era spento. Funzionava a gettone, mettevi la moneta e la macchina cominciava a girare.

La mente era accanto a Stefano, sentivo ancora il suo sesso premere contro di me mentre mi baciava. Le mie dita che scorrevano tra i suoi capelli ancora fluenti e spruzzati di grigio. Facevo l’amore con mio marito pensando a lui, ma non riuscivo a essere appagata e, come al solito, fingevo l’orgasmo. Ormai ero abile a fingere.

Non mi cercava più da troppo tempo e di sicuro aveva una’amante, magari più di una. O forse pagava le donne con le quali andava a letto. Non m’importava delle sue amanti, anch’io del resto avevo avuto la mia vita “segreta”.

* * *

Avevo abbandonato l’idea di essere ancora capace di amare: era passato troppo tempo dalla mia relazione con Pietro. Credevo di non aver più le energie necessarie; la fascia di età della quale adesso facevo parte mi stava spingendo inesorabilmente verso la stagione della senilità. E mi stavo rendendo conto, però, che non dovevo farmi annientare dal tempo: per vivere dovevo continuare ad amare.

La storia con Stefano mi rivitalizzò. Acquistai di nuovo la fiducia in me stessa e lentamente le mie cellule cerebrali ripresero a funzionare; era come se avessi sostituito le pile. L’amore si stava impossessando ancora una volta di me.

Avevo ripreso, con cadenza regolare, le visite al salone di bellezza e, insieme alla mia anima, lentamente i massaggi e le creme rassodanti stavano risvegliando anche il mio corpo. Il sabato e il mercoledì ero sotto le abili mani del mio coiffeur che provvedeva a ritocchi e a colpi di sole per nascondere l’inesorabile ricrescita che stava prendendo campo.

I miei due figli non vivevano più con me: se non avessi incontrato lui la noia e la solitudine mi avrebbero annientata e mi sarei lasciata rapire di nuovo dalla depressione.

Stefano ha tre anni più di me, ma il suo aspetto giovanile mi ha ridato la voglia di vivere; la mia vita ha riacquistato la freschezza perduta. Ci ritroviamo a passeggiare nel parco, stretti per mano, come due adolescenti. A volte, per la felicità, ho la sensazione che il cuore voglia uscire dal petto. Ho quasi paura ad essere di nuovo amata.

Quando mio marito è assente, ci concediamo delle brevi vacanze o trascorriamo il fine settimana chiusi in un bed & breakfast lontano dalla città Ci incontriamo come due veri clandestini, e nessuno conosce le nostre storie. La mia pelle ha ricominciato a respirare. Vorrei urlare e condividere la mia gioia che è esplosa come una mina. Siamo solo noi con i nostri corpi, un po’ in sovrappeso, ma che si sfiorano e si cercano desiderosi di coccole, di tenerezze quasi dimenticate. Mi accarezza e mi sfiora i seni non più sostenuti come una volta. Dovrei essere a disagio per le mie tette un po’ cascanti, ma non ci riesco perché Stefano mi fa sentire ancora viva, di nuovo “donna”.

Siamo due anime in un unico corpo. Conto i minuti e i secondi, quando non siamo insieme continuo a cercarlo. Aspetto che mi chiami e si metta in contatto di nuovo con la mia anima. Aspetto con trepidazione che lui appoggi il suo cuore vicino al mio e che prenda ancora la mia mano e la avvicini alle sue labbra. Stefano mi riempie i giorni, mi regala sorrisi, e palpiti. Mi dona qualcosa in cui credere. Ogni volta mi lascia un sogno e io cerco di fugare le sue insicurezze per renderlo libero affinché continui ad amarmi.

 

© Franco Duranti - 2017