Quell’umida e grigia giornata d’autunno fu l’ultima della loro storia. Una storia dello stesso colore: grigio, alla quale non erano riusciti ancora a dare una svolta.

Un “amore” che negli ultimi tempi era andato avanti tra alti e bassi e al quale lei non era riuscita a staccarsi. Ci aveva provato molte volte. Troppe volte, ma inutilmente.

Pietro era diventato per Luciana un pezzo di sé e, ogni volta che lui provava a lasciarla, lei cadeva in depressione. E lui, pur di non vederla soffrire, riallacciava quella storia impossibile.

Era come un antidepressivo, ma era ormai stanco di essere il suo Prozac.

Per raggiugere il Country House non avevano incontrato il solito traffico di agosto. In quelle strette strade di curve e tornanti, costeggiate da folti boschi di latifoglie, avevano incrociato soltanto il fuoristrada della Forestale e altre due o tre vetture provenienti dalle zone di Cingoli e di Apiro.

Dalla finestra della loro camera, dove si erano incontrati ancora una volta, si scorgeva la superficie immobile del lago che rifletteva il grigiore del cielo d’ottobre. Da esso si alzava una tenue nebbiolina che offuscava il Monte, che nei giorni di bel tempo rifletteva nel lago la sua imponente gobba.

Quel profilo unico era riconoscibile anche dal fondo valle e dal monte Cònero che, in confronto ad esso, sembrava una goffa collina appoggiata sul mare Adriatico.

Sulla riva del lago, alcune barchette solinghe erano rimaste lì, ormeggiate sull’arenile vuoto, dove appena due mesi prima i villeggianti si crogiolavano al sole di agosto e i bambini sguazzavano in quell’acqua gelida.

Quel sole d’agosto, che aveva riscaldato il cuore di Luciana, adesso era solo un lontano e piacevole ricordo sfumato dalla nebbia autunnale.

Le finestre lasciate semi aperte, per il fumo stagnante provocato della legna umida e dalla bassa pressione, lasciavano filtrare una fastidiosa corrente d’aria.

Pietro si alzò dal letto controvoglia. Il vento che spirava da nord-ovest colpiva i suoi lombi. Quel fastidioso refolo d’aria investì prima lui, che faceva da scudo al corpo di Luciana, poi s’insinuò in quello di lei, facendola rabbrividire.

La nebbia che si stava alzando dal lago, lentamente si tramutò in una lenta pioggerella che andava ad increspare la piscina del B&B. Quella stessa piscina con l’acqua turchina dove tante volte, in quell’ultima estate, avevano fatto delle lunghe nuotate.

Le prime foglie secche, cadute dalle piante che ornavano il parco, si erano adagiate sulla superficie della vasca. Inesorabilmente stavano marcendo offuscandone l’originaria limpidezza.

Il camino nella camera era stato acceso in anticipo sulla stagione, da Baldo, il gestore della residenza.

La legna di pino scoppiettava vivace tra le fiamme, che danzando minacciose, lanciavano faville.

La bassa pressione aveva creato un soffocante ritorno di fumo che si mescolava con quello della sigaretta di Pietro.

Sullo stereo stava girando il concerto per viola e violoncello di Brahms; la musica saturava il silenzio irreale di quel luogo ormai spopolato.

E le meste note del violoncello non facevano che acuire la loro crisi.

Mentre era lì disteso a fianco di Luciana, aspirava la sua ennesima sigaretta. Un maledetto vizio che ancora non riusciva a togliersi; ripensava a quei luoghi, prima incontaminati, e ora erano cambiati in maniera totale.

Anche Pietro era cambiato. Non aveva più i vent’anni di quando li frequentava.

Allora la diga non esisteva, e quel posto era selvaggio. Ora, invece, era un luogo turistico: con spiaggette, ristoranti, pizzerie, alberghi e bed & breakfast.

Quei pensieri lo riportavano a trentacinque anni prima; mentre meccanicamente e con lo sguardo perso nel vuoto continuava a fumare.

Prima di iscriversi al conservatorio, scendeva da Rimini, la sua città e con i suoi due cari amici veniva in questo luogo per andare a pesca. In quella stretta valle che ora non esisteva più. Facevano battute in quel piccolo torrente, sotto il Monte San Vicino, che poi cresceva fino a diventare il fiume Musone.

Allora, risalivano la valletta costeggiandolo.

Quella stessa valletta ora non c’era più. Era stata sommersa dall’acqua di quel torrentello che, bloccata dalla diga, aveva creato un invaso artificiale cambiando l’orografia del territorio e l’ecosistema.

Anche quel Pietro era cambiato. Era diventato un musicista di successo e questo, in certi frangenti, gli pesava. Faticava a riconoscersi, come in quel momento, che non riusciva ancora a prendere una decisione sulla sua vita sentimentale.

Tutto questo galleggiava nella sua testa, tra le volute di fumo azzurrognolo. E ripensava che lì, in quell’esiguo corso d’acqua, riusciva a tirare fuori delle magnifiche trote Fario. Straordinarie sia per le dimensioni, ma soprattutto per la loro purezza.

Quei salmonidi con il ventre giallo e i fianchi scuri, punteggiati da bollini rossi e neri. Ancora erano impressi nella sua memoria.

Aspirava la sua Marlboro e ripercorreva con la mente quelle avventure: quasi dimenticandosi della donna accanto a lui. Ricordava la combattività di quei pesci che, per tirarli fuori da quegli stretti rivoli d’acqua, coperti di rovi, doveva faticare. Solo a lui riusciva. Mentre i suoi amici, il più delle volte, se li vedevano sfuggire.

Tutto questo fluttuava nella sua mente mentre Luciana, al suo fianco, stava aspettando che Pietro le dicesse qualcosa.

Ma non voleva interrompere i suoi pensieri: aveva paura di perderlo.

Temeva che, qualsiasi cosa avesse detto, sarebbe stato il pretesto per porre fine alla loro storia. Dopotutto non era la prima volta che lui la rimproverava per la sua invadenza.

Pur di non perderlo, lei, si stava annullando. Ancora una volta.

I suoi pensieri furono interrotti dall’abbaiare improvviso del cane, il pastore tedesco che avevano incontrato in giardino al loro arrivo. Non sapeva con chi ce l’avesse, dal momento che nella residenza, a parte loro due e Baldo, non c’era nessun altro. Forse aveva percepito nell’aria qualcosa di anomalo, magari un animale, oppure aveva puntato uno scoiattolo che saltellava tra i pini del parco.

Luciana, senza dire una parola, si era infilata sotto le lenzuola. Era ancora in attesa delle sue carezze, di un cenno di affetto. Quelle, però, tardavano ad arrivare.

Era come se lui, improvvisamente, avesse finito la sua scorta di dolcezze. Eppure, erano andati in quel Country House per fare l’amore, ma sembrava che lui stesse lì, controvoglia, quasi fosse un obbligo.

In effetti, Pietro era sempre più convinto che il loro rapporto, ormai, fosse arrivato a fine corsa.

Aveva già provato ad affrontare quell’argomento, ma ogni volta ci ricascava. Tra loro, era diventata solo una squallida storia di sesso.

Luciana, nonostante non fosse più giovanissima, non dimostrava i suoi quarantacinque anni. Aveva la stessa età della sua ex moglie, ma lei, al contrario, era molto più giovanile, dinamica e possedeva un fascino particolare che all’inizio aveva fatto breccia nel recinto del suo cuore.

Al ritorno dai suoi concerti, come quel giorno di fine ottobre, lei era sempre pronta a soddisfarlo, anche se era consapevole che lui non l’amava più (se mai l’avesse amata). Però non aveva il coraggio, né la forza, di lasciarlo andare.

Lei era troppo innamorata: era strafatta di lui, anche se, a volte aveva la sensazione di sentirsi solo la sua puttana.

Lei si appoggiò sulla sua spalla muscolosa. Pietro con un movimento delicato, ma deciso della mano, allontanò i suoi capelli neri che gli solleticavano il naso. Lei se ne avvide e non volle credere a quel gesto come a un segno di rifiuto, ma come a un fastidioso solletico.

I suoi occhi verdi si soffermarono, ancora una volta, sulla fiamma scoppiettante del caminetto acceso e aspettò che fosse lui a prendere l’iniziativa, come al solito.

Ma Pietro era ancora troppo assorto e lei si fece avanti. Conosceva bene le sue debolezze e i tasti da sfiorare per far vibrare le sue corde.

Cominciò ad accarezzargli il petto e prese a giocherellare con i morbidi peli del torace. Disegnava sul suo ventre arabeschi immaginari e, lentamente, i pensieri che poco prima affollavano la sua mente, si sciolsero tra le sue dita.

La ritrosia di Pietro ancora una volta svaniva sotto le sue sapienti mani.

Quelle abili carezze sempre più mirate e intense in pochi attimi lo riportarono alla sua naturale dimensione di maschio. I pensieri e i dubbi, che poco prima albergavano nella sua testa, furono fugati. Forse per questo, lui, non riusciva ancora a staccarsene.

E tutte le volte che s’incontravano e si amavano, lui ci ricascava.

Eppure, ne aveva avute di storie, più o meno importanti. Come l’ultima, prima di conoscere lei. Aveva frequentato per un breve periodo Ingrid, una concertista. Una violinista di Lugano: fredda, e non sapeva amare. Sapeva pizzicare solo le corde del suo strumento, ma non quelle del suo corpo.

Il matrimonio di Pietro era naufragato anche per le sue frequenti assenze da casa, quando era impegnato nei concerti in giro per l’Europa.

E ora si era trovato a vivere da solo. Con Luciana, che lo aspettava al suo rientro dalle tournée, ma che non gli permetteva di avere quegli ampi spazi di manovra che avrebbe voluto.

Presto le carezze si tramutarono in sospiri; poi i baci lievi e morbidi si trasformarono in baci profondi, sino a sfociare in quel solito, burrascoso amplesso.

I battiti cardiaci accelerarono e all’unisono toccarono il cielo. Come solo lei era in grado di farlo decollare. Solo lei era capace di spezzare i suoi pensieri, solo lei sapeva affrontare quel volo che durava fintanto che si amavano, fino a fargli perdere il senso della realtà.

Dove il pieno si colmava con il vuoto e gli umori dell’uno si mescolavano con quelli dell’altro. Dove i sospiri, lentamente, sfociavano in grida sempre più strozzate. Mentre le vibrazioni e gli spasmi dei loro corpi facevano sussultare la stanza. E, la testa continuava a roteare.

Il mondo fuori da quella camera, come per magia, svaniva.

All’improvviso il letto riprese a sussultare, nonostante i loro corpi si fossero allontanati.

Fermi, come statue di marmo gocciolanti di sudore. Un soffio di vento remoto e irreale percorse la stanza facendoli rabbrividire. Il lampadario prese ad oscillare, come un pendolo. L’armadio scricchiolava come se qualcuno tentasse di scollarne le assi. Le ante continuavano a sbattere come spinte da una forza occulta e provocarono, prima un senso di smarrimento, poi di sgomento e d’impotenza.

«Il terremoto!» - riuscì a dire Pietro.

All’improvviso, l’angoscia li assalì. Luciana si ritrovò di nuovo avvinghiata a lui: le forti braccia di Pietro la stringevano ancora.

«Ho paura! Presto, scappiamo… ti prego, andiamo!» -

Poi, con gli occhi sgranati dal terrore e senza accorgersi, gli affondò le unghie nella schiena. Lo strinse così forte tanto da graffiargli la pelle. Ma lui non sentì il dolore.

Rimasero, per un secondo o forse più, immobili, inermi. Mentre la scossa lentamente si affievoliva, una sensazione di vuoto e d’impotenza s’impossessò di loro.

Mantenere la calma, mentre tutto intorno tremava, era impossibile. Ma il senso di sopravvivenza era più forte e presto riacquistarono la lucidità.

Scattarono come due molle, rilasciando l’energia accumulata e scesero dal letto incespicando con la poltrona dove i loro abiti spiegazzati giacevano come stracci abbandonati.

Con la concitazione del momento strattonarono l’anta dell’armadio dischiusa e cominciarono a rivestirsi in fretta.

Il cd di Brahms aveva saltato una traccia, ma stava ancora girando impietoso. Lo sciame sismico e quella musica sinfonica non facevano che moltiplicare il loro sgomento.

Il cane in giardino aveva ripreso ad abbaiare: sembrava che avesse percepito un altro movimento tellurico e forse loro non erano riusciti a captare.

E ora l’angoscia li attanagliava di nuovo.

Si vestirono in fretta, raccolsero le loro cose e abbandonarono la stanza. Per le scale, si sentiva la voce di Baldo che stava cercando di calmare l’animale.

Pietro si fermò un attimo per salutarlo, mentre Luciana si era già fiondata in macchina.

«Ciao Baldo questa è stata davvero grossa… eh?» Poi mise mano al portafoglio e gli allungò una banconota da cento euro. «Tieni tutto… il resto me lo dai la prossima volta»  

Poi aggiunse: «Se riusciamo a venirne fuori, da questo finimondo…»

Lui mise in tasca quei soldi e disse: «Un attimo dottore…! Vado a prenderle il resto.»

E aggiunse: «Mi dispiace che stavolta vada via di fretta. Purtroppo, è già da qualche mese che la terra trema… dovremo abituarci.»

«Non ti preoccupare Baldo, non è colpa di nessuno. Ma non sono sicuro di farci l’abitudine.»

Pietro, senza aspettare oltre, mise in moto l’auto. Se ne andarono, e sgommando fece schizzare la ghiaia sul marciapiede.

Baldo li salutò con un cenno mentre erano già lontani.

Dalla finestra della loro camera, le note ovattate della sinfonia di Brahms, impietose, continuavano a diffondersi nell’aria. Per la fretta, avevano lasciato acceso lo stereo.

Baldo, sarebbe salito e lo avrebbe spento.

Luciana, senza dire una parola, dal finestrino rivolse un ultimo sguardo al lago, che lentamente spariva dalla sua vista.

Il panorama era sempre lo stesso, immutato. Il solito profilo del Monte, i boschi solcati da sentieri, la diga con le paratie e la spiaggetta deserta.

Ma lei sapeva che quel trenta ottobre sarebbe stata l’ultima volta che lo avrebbe rivisto.

 

 © Franco Duranti - Febbraio 2017