Mi svegliai di soprassalto. Un improvviso, insolito trambusto proveniente dalla strada mi fece dischiudere faticosamente gli occhi ancora incollati. Mi alzai con molta flemma. Le palle mi giravano a mille perché era domenica e avrei potuto godere della morbidezza e del tepore del mio giaciglio fino a mezzogiorno, e oltre. Mi grattai la testa arruffandomi i capelli: come se quel gesto fosse servito a mettere in movimento i miei neuroni ancora assopiti.

Scesi dal letto. Il freddo delle piastrelle, sotto i miei piedi nudi, mi diede un’energica sferzata. Aprii la finestra, scostando pigramente le persiane: fuori, all’apparenza, una mattina come tutte le altre. Il sole, ancora basso, stava inondando la città di luce trasparente. L’aria frizzante solleticava i miei polmoni, pregni dal troppo fumo e incollati dal catrame delle mie Marlboro.

Allungai lo sguardo e riuscii a scorgere in fondo alla strada, all’angolo vicino al giornalaio, un uomo di bassa statura, con pochi capelli. Stava discutendo a gran voce con un tipo più alto e ben vestito. Sembrava che i due stessero litigando. Ma la cosa non mi turbò più di tanto: in fin dei conti, se questa mia supposizione fosse stata esatta, potevo anche fregarmene. Erano fatti loro. Però, il fatto che tutto quel casino mi avesse svegliato bruscamente, m’impediva di riconciliarmi con il sonno. Ormai se ne era andato, e io non sarei più riuscito a riacchiapparlo.

Tanto, ormai, valeva la pena di alzarsi.

Questo fu il primo impatto che ebbi quella mattina alle sei e dieci di metà settembre. Jesi, dopo una settimana sarebbe stata invasa dalle fiere di san Settimio. E allora per tre giorni avrei dovuto dire addio alla pace e al silenzio nelle vie del centro.

Ormai avevo perso ogni speranza di riacciuffare il sonno. Mi fiondai in bagno a svuotare la vescica, ancora gonfia di birra del sabato sera. Mi abbandonai a una pisciata liberatoria; il flusso abbondante e scrosciante aveva lasciato sul fondo del WC una densa schiuma bianca. Molto simile a quella soffice e spumosa delle birre doppio malto che mi ero scolato quella notte al pub.

In quel momento, però, avevo bisogno di un caffè forte. Uno di quei caffè che in apparenza aiutano a riconciliarti con il mondo e ti danno la carica per affrontare la giornata. Andai in cucina per preparare la moka, ma il barattolo del caffè macinato era vuoto. Sul fondo una misera traccia di polvere nera che non sarebbe stata sufficiente per fare qualcosa che assomigliasse, anche vagamente, ad un caffè. Mi ero dimenticato di acquistarlo! Purtroppo, questo era l’inconveniente del vivere da single.

Mi sciacquai il viso e mi vestii in fretta: dovevo ricaricare le pile al bar Trieste. In quel vecchio bar, un po’ atipico e pieno di oggetti strani appesi alle pareti, sanno fare un buon caffè espresso. Forte come si deve. Inoltre, a quell’ora, si possono gustare anche degli ottimi cornetti caldi e delle paste freschissime.

La città lentamente si stava destando e il viale Trieste era ancora senza traffico: solo qualche sporadica auto, ogni tanto. Un autobus deserto aveva iniziato la sua corsa a vuoto verso la stazione. Certo, la gente a quell’ora, di domenica mattina, di solito dorme. Solo io ero stato calato, con forza, giù dal letto.

Ero uno dei primi clienti, però il profumo penetrante del caffè testimoniava che la macchina era già in pressione e aveva fatto il suo dovere.

Entrando, in fondo alla sala, avevo riconosciuto quel tizio basso e pelato che avevo scorto affacciandomi dalla finestra. Lo stesso tipo che poco prima stava discutendo animatamente e mi aveva buttato giù dal letto. Era lì, solo, seduto al tavolo e stava scorrendo le colonne del Corriere Adriatico. Non si avvide della mia presenza. Si accorse solo quando ordinai il mio caffè. Solo allora alzò gli occhi dal giornale e mi accennò un timido sorriso alzando appena gli angoli della bocca. Al che, per essere gentile, dato che era l’unico cliente oltre al sottoscritto, gli chiesi se avesse gradito un caffè.

  “Sì, grazie, un Borghetti” - Mi rispose, riabbassando subito gli occhi per farli di nuovo scorrere sulle cronache locali.

L’anziana barista preparò il mio espresso con cura, corto come al solito, e sul banco appoggiò anche il bicchierino di caffè sport, nero come la pece. Glielo portai al tavolo e mi ringraziò senza troppa enfasi. Dopo averlo vuotato con avidità facemmo le presentazioni di rito.

Dissi il mio nome, aggiungendo che non ero di Jesi, ma originario di Chiaravalle e ora abitavo qui. Mi chiese che lavoro facessi: "lavoro alla Caterpillar" – le risposi.

Lui, si presentò: con le parole che si impastavano nella bocca come sabbia e calce in una betoniera. Riuscii a capire Guglielmo Greganti: capomastro. Le sue mani nodose e massicce e ruvide erano la conferma della sua professione.

Dopo che se ne fu andato, venni a sapere dalla barista che, ora che era in pensione, aveva l’abitudine di girare tutti i bar della città alla ricerca di qualcuno che gli pagasse da bere.  Mi disse che era un ex muratore di settantadue anni, ma ne dimostrava almeno quindici di più. Poi, mi confermò che, per lui, il lavoro era stato solo un passatempo. Quando era più giovane, gli capitava di frequente di lasciare i cantieri nei quali prestava la sua opera. A metà mattina oppure nel primo pomeriggio, improvvisamente smetteva di fare un tramezzo o un intonaco, dicendo che aveva un affare urgente da sbrigare. Spariva come un fantasma per circa un’ora: ma l’affare urgente era andare all’osteria, e magari fare una partita a briscola. Quando riprendeva l’opera interrotta, il più delle volte era da rifare: i muri erano storti, malfermi e fuori asse e gl’intonaci si staccavano.

Era conosciuto in tutta la città come un bevitore di prim’ordine. Lui, allora, conosceva tutte le cantine e le osterie di Jesi. Ma adesso che era in pensione, e le osterie erano tutte chiuse, frequentava i bar e beveva solo Borghetti.

Quella mattina, con quello che gli offrii, era già il terzo caffè sport che si era scolato, e io avevo avuto il piacere di offrire da bere a quell’uomo che mi aveva buttato giù dal letto.  Noto a tutti in città, tranne che a me, con il soprannome Gujè de Foetta.

 

© Franco Duranti - 2016