Ottobre si era trascinato dietro gli ultimi residui dell’estate, ma da poco aveva iniziato a cadere una lenta pioggerella. L’umidità che fino a poco prima era nell’aria, adesso si stava tramutando in minuscole gocce. Il fruscio delle auto sull’asfalto bagnato e il riflesso dei fari accompagnavano i suoi pensieri.

     Flavio era seduto al tavolo sotto il gazebo. Con energia continuava a pigiare sui tasti, come se ciò che stava scrivendo fosse stato sul punto di sfuggirgli da un momento all’altro. Tra le labbra mordeva il filtro dell’ennesima sigaretta, il fumo gli appannava lo sguardo. La spense. Il posacenere era colmo di cicche maleodoranti. Alzò gli occhi dal monitor, uno sguardo distratto al tavolo di fianco al suo.

     Due giovani, al riparo come lui, stavano giocando a briscola e si sfottevano a voce alta. Li guardò con una vena d’invidia; non perché non sapesse giocare a carte, di quello non gl’importava, ma perché quei due avevano ancora tutta la vita davanti. Lui aveva superato la soglia della mezza età: i cinquantacinque anni che aveva compiuto il mese precedente cominciava ad accusarli. Avrebbe voluto sentirsi vivo e vitale come i due ragazzotti.

     L’interno del locale era deserto. Solo un uomo di mezza età, forse qualche anno più di lui, era seduto, immobile, su uno sgabello alto, davanti alla slot machine. Intravedeva il suo profilo arcigno dalla vetrata del bar. In preda alla ludopatia stava lottando con la macchina e fissava lo schermo in attesa della combinazione vincente. Di tanto in tanto avvertiva il vomitare metallico dei gettoni. Solo allora il giocatore dava un cenno di vivezza.

     Si stava chiedendo perché avesse scelto proprio quel bar, dopotutto non era molto accogliente. I tavoli e le sedie erano vecchi e sbreccati e il servizio lasciava a desiderare. La barista, di poche parole, dava l’impressione di non gradire i clienti che lo frequentavano. Però a lui stava bene così, perché i pochi avventori si facevano gli affari loro.

     Fece un cenno alla ragazza. Con indolenza, lei si avvicinò al suo tavolo trascinando gli zoccoli di legno. Gli chiese cosa desiderasse: “Un altro caffè e una bottiglia d’acqua gassata, grazie!”

     Non era bella e tantomeno simpatica. Aveva un muso da cagnolino impertinente, i capelli castani arruffati; come avesse bisticciato con un suo simile. Si avvicinò al tavolo, prese la tazzina vuota e il posacenere colmo di mozziconi. Poco dopo ritornò con il caffè, la bottiglia d’acqua, il bicchiere e un posacenere pulito.

     “Grazie” disse lui, alzando per un attimo lo sguardo verso di lei.

     Il cagnolino arruffato accennò ad un saluto abulico e tornò dietro il bancone.

     Si versò l’acqua, era fresca. Fissò lo sguardo sulle bollicine in sospensione e la bevve tutto d’un fiato. Assaporò il secondo caffè, accese un’altra sigaretta e si abbassò di nuovo sula tastiera. Riprese a picchiettare. I due giocatori si erano alzati e, dandosi spintoni, continuavano a sfottersi sulla partita. Se ne andarono via senza salutarlo. Non si stupì.

     Quello che invece lo sorprese fu lei. Olga. All’improvviso, come un’apparizione, se la trovò davanti in tenuta da jogging.

     “Ciao” disse lei. Aveva il respiro affannato, forse per la corsa o forse per l’emozione di vederselo di nuovo lì. Dopo tutto quel tempo.

     Lui la guardò interdetto, non se l’aspettava.

     “Come stai?” le chiese.

     Erano passati sei mesi dall’ultima volta. Lei non era ancora riuscita a scordarselo del tutto: quella era stata una storia importante per entrambi.

     “Adesso meglio… ma fino a poco fa, come una merda!” le rispose. Con il dorso della mano si asciugò le gocce di pioggia che le rigavano il viso, ma forse insieme a una lacrima.

     Nemmeno lui l’aveva dimenticata e sapeva di essere in torto. Si era dileguato dalla sua vita, all’improvviso, senza darle una motivazione, gli rimordeva. Quel modo con cui l’aveva piantata, non era nel suo stile.

     Lei era in tuta e sopra la felpa aderente indossava il giubbino di nylon rosso. Se lo sfilò, era bagnato, alcune gocce scivolarono sul tavolo, vicino al suo portatile. Flavio fece una rapida zoomata su di lei: la sua forma fisica era perfetta. Senza un filo di grasso e quel poco che aveva era ben distribuito tra il petto e i fianchi. I pantaloni le fasciavano le gambe dritte e affusolate. Il suo seno lo stava puntando.

     “Ti siedi?” le chiese, con un po’ d’impaccio.

     “Lo vuoi veramente?” Aveva il respiro corto.

     “Certo. Sei ancora arrabbiata?”

     “Ormai mi è passata. Ma adesso che ti rivedo mi fai ricordare quanto sei stronzo!”

     Olga, continuando a guardarlo, si avvicinò al tavolo. Afferrò il suo bicchiere, si versò l’acqua e bevve con avidità senza chiedere il permesso. Lui la sbirciò, lasciò che finisse e le chiese se voleva un caffè.

     “Non voglio niente da te!” Gli disse. Adesso che era lì, si sentiva di nuovo furiosa.

     “La mia acqua l’hai bevuta. Non potevamo continuare”

     “Sei proprio stronzo! Io ti amavo”

     “Già! Avevo paura”

     “Del mio amore?”

     “Di tutto. Di te, di me e di lei.”

     “Ora stai bene?”

     “No”

     “Hai ripreso a scrivere, hai ritrovato te stesso. Mi dicevi che non ti lasciavo spazio, non ti facevo concentrare. Ora ti sei tolto la mia zavorra”

     “No, non riesco nemmeno adesso.”

     “Non dire cazzate, sono uscita dalla tua vita!”

     “Il prossimo mese me andrò via.”

     “Sono balle! Tutte balle. Stai trovando un sacco di scuse!” Olga fece una smorfia storcendo la bocca.

     “Ti sbagli, non sono scuse”.

     “Dove hai intenzione di andare, vuoi fare l’eremita?”

     “Ho bisogno di tranquillità. Ho un impegno con l’editore” Lui, aveva un contratto da rispettare. Entro la fine della prossima primavera avrebbe dovuto consegnare il romanzo: circa duecentocinquanta cartelle. Doveva rileggerlo, fare la revisione; poi l’editor e i tempi erano stretti. Non riusciva più a concentrarsi, non era una scusa. Ma Olga non si rassegnava e non voleva capire. Era ancora innamorata di lui.

     “Sono arrivato appena a venti cartelle. Qui non riesco più, ho tutti addosso”

     “Io non ti sto più addosso, mi hai estromesso.” Prese una sedia dal tavolo vicino e si sedette accanto a lui. Accavallò le gambe. Lo guardò: gli occhi di Flavio le dicevano che ancora l’amava. Lungo il viale le auto continuavano a sciaguattare.

     “Vado in un piccolo paese dell’entroterra. Ho già visto la casa. Sto aspettando che il proprietario la sistemi. Prima c’era una donna anziana: è morta questa estate”

     “Dove si trova questa oasi di pace? Se è consentito?”

     “A Piticchio, a due passi da Arcevia… Un piccolo appartamento, sulle mura di un borgo medievale. Due stanze e un bagno, a me bastano.”    

     “Sei proprio matto, e tua moglie?”

     “Smettila! Lei rimane qui, ha il suo lavoro.”

     “È proprio vero. Sei tutto matto.”

     “Non capisci, o forse, non vuoi capire. Ti fa comodo.”

     “Comodo? Tu non capisci”

     “Cosa vuoi dire…”

     “Sei uno stronzo, mi hai scaricato come un cane in autostrada e sei sparito!”

     Accostò la sedia e gli appoggiò la mano sul braccio: glielo strinse. Le sue dita percepirono di nuovo il suo contatto; provava la stessa sensazione di quando erano stati amanti. Ogni volta che lo abbracciava era una scossa di pura adrenalina.

     Flavio lasciò che la sua mano riposasse sul suo braccio. Cercava di evitare i suoi occhi, ma la sua vicinanza gli provocava ancora una piacevole emozione. Con la mano libera cercò di estrarre una sigaretta dal pacchetto:

     “Vuoi fumare?” le disse.

     “Dovresti saperlo che non fumo!” E lo guardò. Flavio non poté fare a meno di evitare i suoi occhi. Olga mollò la presa e girò lo sguardo verso l’interno del locale. Il tizio era ancora lì davanti alla slot e se ne fregava dei loro discorsi.

     Flavio accese la sigaretta e il fumo lentamente spiralò tutto intorno. La pioggia di poco prima aveva cessato, ma ancora si sentivano le auto frusciare.

     Olga si avvicinò di nuovo:

     “Lui come va?”

     “Come…?” La sua improvvisa comparsa gli aveva fatto perdere il filo della narrazione. Ma, la sua testa era ancora lì, sulla stesura del romanzo. Lei era di nuovo sbarcata nella sua vita con la stessa irruenza di sempre.

     “Lui, il tuo bruco… come sta?” Allungò la mano sotto il tavolo e la posò sulla chiusura dei pantaloni. Lui istintivamente si ritrasse. Olga era incontenibile, il suo modo brusco e diretto, senza fronzoli, per un attimo lo aveva spiazzato.

     “Smettila, che fai!”

     “Sta riposando, è assonnato.” Glielo strinse e aggiunse: “Forse è il caso di svegliarlo.”

     “C’è gente. Stai buona.” Lui dardeggiò un’occhiata pungente.

     Mollò la presa.

     Lei era così, imprevedibile e irrefrenabile: “Una volta ti piaceva… vuoi che ci parli un po’?”       

     L’uomo della slot non badava ai loro movimenti. Gli occhi erano sempre incollati sulle combinazioni che cambiavano rapidamente: i gettoni di tanto in tanto tintinnavano.

     Cambiò argomento e, con lo sguardo dentro il suo aggiunse: “Di cosa parla questo romanzo? Di noi?”

     “Anche. È una storia d’amore, impossibile. Come è stata la nostra.”

     “Allora, ho ragione, sei proprio stronzo… Mi hai usato come fonte d’ispirazione e alla fine, mi hai gettato nel pattume. Grazie!”

     “Stai farneticando. Sei accecata dal rancore… forse me lo merito.”

     “Cristo! Io ti amo, anche adesso. Come hai potuto essere così cinico e spietato?”

     “Anche per me è così, per questo me ne vado.”

     “E bravo, il mio scrittore del cazzo!” Continuava a provocarlo, a insultarlo.

     Lui rimaneva lì, senza riuscire a trovare uno straccio di giustificazione. Provava lo stesso sentimento e non voleva ammetterlo

     Continuavano a girare come due errabondi intorno alla complessità della loro storia. E non riuscivano a trovare un varco, uno spiraglio di luce. Lei si sentiva schiava di Flavio e lui si sentiva suo prigioniero e succubo.

     “Hai intenzione di ricominciare. Vero? È questo che vuoi, perciò voglio restare solo!” Mentre lo diceva spense il portatile e abbassò lo schermo. E aggiunse:

     “Non riesco più a controllare tutte le interferenze. Mi stanno assillando, mi stanno annientando. Mia moglie, la siepe da tagliare. I figli, mi soffocano con le loro continue richieste… e tu!”

     Tra i problemi che lo ingabbiavano c’era anche lei. Olga. Lei però non era intenzionata a mollare. Aveva atteso tanto quel momento e sapeva che lui non poteva fare a meno.

     “Portami con te! Ti prometto sarò brava. Starò in disparte, farò la brava bambina. La tua brava amante e non ti darò noia. Quando avrai bisogno ci sarò.”

     “Non credo di riuscire a farcela.”

     “Mi accompagni a casa, per favore! Non vorrei bagnarmi.”

     “Stai cercando di ricominciare?”

     “E tu che dici?”

     “Va bene, ti accompagno!”

     Raccolse le sue cose, si alzarono e imboccarono l’uscita transitando all’interno del locale. La barista, con un panno umido, stava lustrando svogliatamente il bancone. Flavio pagò le consumazioni e, uscendo, salutò.

     Il cagnolino arruffato rispose con un cenno del capo, senza scomporsi troppo. L’uomo della slot non li degnò di uno sguardo.

     Fuori era ormai buio. Le lampade arancioni dei lampioni illuminavano il viale con una luce ambrata e ambigua: non sembrava volesse ricominciare a piovere.

     Lui le aprì lo sportello: forse ci sarebbe ricascato di nuovo. Si mise al volante e partirono. Olga era felice di stare di nuovo vicino a lui: certa che sarebbe tornato.

     “Ti va di mangiare qualcosa?” Le disse mentre erano fermi al semaforo, e aggiunse: “Magari, in quel ristorante in collina…?”

     Adesso era certa, ancora una volta non poteva fare a meno di lei. Quell’invito non poteva lasciarselo sfuggire:

     “Bella idea!” disse: “Però, passiamo prima a casa, mi cambio. Farò subito!”

     “Bene. Ti aspetto di sotto.”

     “No, sali un attimo”

     “Tua madre? Sai, non vorrei capisse.”

     “Mia madre è fuori con le amiche. Il Burraco la impegna troppo, non bada più alla mia vita.”

     Pensò che ormai fosse fatta e aggiunse: “Ti offro un drink… un Martini. Ti va?”

     Flavio soppesò i suoi occhi. Dentro ci trovò ancora quello di cui aveva bisogno.

     Era convinto che prima o poi sarebbe finito ancora nella sua rete; e, quelle maglie strette non gli davano possibilità di fuga. Non fece nulla per evitarlo e le confermò: “Ci sto.”

     La sua risposta ne fu la prova.

     Il traffico si era intensificato e impiegarono dieci minuti più del previsto. Durante il tragitto, si scambiarono poche parole, ma Olga era su di giri.

     Mille pensieri affollavano le loro menti in subbuglio: piacevoli sensazioni che avevano dimenticato.       Lei abitava in periferia, a sud della città, in una piccola casa a due piani con giardino curato: aiuole ancora fiorite nonostante i primi freddi. Appena l’auto si fermò, il giovane dobermann di guardia la riconobbe. Prima fece le feste a lei, poi si avvicino a Flavio annusandolo.

     Lei, lo salutò: “Ciao Franz!” Poi rivolgendosi a lui disse: “Hai paura? Non temere è buono, è un cucciolone” lei lo strofinò sul collo e il dobermann la leccò.

     “Non vorrei trovarmi solo con lui.”

     Gli fece strada e lo fece accomodare in salotto: gli servì il Martini.

     Sprofondato nella poltrona di pelle nera, la vedeva armeggiare sicura con bicchieri, bottiglia e olive. La stanza era in penombra. La lampada da lettura, dietro la poltrona, illuminava debolmente la stanza. Gli porse il calice e si sedette sul tappeto vicino a lui.

     “Come va adesso?” Appoggiò la mano sulla sua coscia.

     “Bene.” Flavio era sereno. In quel momento tra loro c’era una sublime alternanza di sintonie. Quella sua affannosa ricerca di trovarsi solo con sé stesso stava svanendo.

     “Bene? Allora rilassati… chiudi gli occhi e non pensare.” Lui l’assecondò e, sorseggiando il Martini, chiuse gli occhi.

     Olga prese sfiorarlo. Gli slacciò i pantaloni e piano piano lo sentì crescere sotto le sue dita.

     “Bene, bene! È di nuovo in forma, ed ha bisogno di me.”

     Lui, le accarezzò i capelli e sospirò.

Olga si abbassò su di lui, poi aggiunse: “E tu hai bisogno di me!”

     Alzò lo sguardo cercando il suo, ma non lo trovò. Il bicchiere di Flavio lentamente si stava inclinando, lei disse: “Non ti muovere, posso darti tutto. Tutto…”

     Flavio fece un sospiro e il bicchiere cadde.

     Il Martini si rovesciò sul tappeto.

    

© Franco Duranti – ottobre 2018