Mi sveglio nel cuore della notte, in un bagno di sudore freddo. Qualcosa di tremendo mi stava riportando alla realtà; un incubo del quale non riuscivo a ricordare nulla.

     Solo un monitor…

     Allungo il braccio verso il comodino, cerco a tentoni la mia Oregon. La trovo, finalmente! La proiezione sul soffitto indica le 3:27. Cerco di mettere in ordine quel groviglio di pensieri confusi che si stavano arrovellando dentro la mia mente sconvolta.

     Ma non riesco a ricordare nulla.

     Mi alzo, sono sudato fradicio. Decido, mi alzo e vado a pisciare. Mi trascino in bagno come uno zombie. Passo davanti allo specchio, mi guardo e non mi riconosco. I miei occhi sono atterriti e il respiro affannoso, sono ancora terrorizzato, ma non so di cosa.

     Ancora, non riesco a ricordare nulla.

     Mentre sto svuotando la vescica, cerco di concentrarmi su quello strano sogno, ma ancora non affiora niente. Solo il monitor di un computer portatile appare nella mia mente… Mi appoggio con la mano sinistra alla parete mentre alcune gocce cadono fuori dal water; non ho nessuna voglia di asciugarle, ne riparleremo domattina.

     Ritorno in camera, trascinandomi lungo il corridoio semibuio con l’intento di riannodare quel sogno interrotto. Mi rigiro nervosamente tra le lenzuola umide, fino a quando, finalmente, mi crollano le palpebre.

     Dopo alcuni minuti, nella mia testa, si accende di nuovo il monitor.

     Riappare quel sogno interrotto.

Io sono seduto, solitario, su una poltrona di velluto rosso nella platea vuota di un teatro che non ho mai frequentato. Di fronte a me, un personaggio strano sta seduto sul palcoscenico con le gambe a penzoloni verso la buca dell’orchestra. Un tipo con pochi capelli in testa: vecchio, magro e malandato, con il naso aquilino. La pelle bianca e raggrinzita come carta pergamena accartocciata.  

     Mi guarda furbescamente - come mi conoscesse - e con un sogghigno perverso e acido mi dice: «Hai capito perché i tuoi libri non li venderai mai?»  -

     Io, sono interdetto, con lo sguardo sbigottito mi volto. Come a cercare qualcuno che mi dia conferma di ciò che sta dicendo. Dietro e intorno non c’è nessuno, sono solo in quella platea. Io, circondato da poltroncine di velluto rosso.

     Gli domando con titubanza: «…tu come lo sai?» - poi: «Chi te l’ha detto…? Non è vero… vedrai si venderanno!»

     E lui con il suo sorriso sardonico continua, ancora più sicuro che mai: «…ma come, ancora non l’hai capito?» -  E continua a sogghignare: «…eh? …eh? …eh?»

     Su quel monitor, ora appare il mio volto terrorizzato che cerca di scacciare quel tizio. Il suo sguardo terreo, appuntito continua a trafiggermi come un pugnale. Vorrei cancellare quella immagine che mi sta angosciando, ma non riesco a scacciarlo.

***

     Quindi, mi ritrovo - sempre in sogno - in un’altra scena:

Io che provo ad accendere il mio portatile per raccontare quello che sto vivendo. Prima che svanisca dalla mia mente obnubilata.

Voglio aprire subito la mia cartella, dove sono custoditi i file di tutti i miei racconti e dei miei romanzi.

     Terrore! Sul desktop non appare la solita schermata di Windows.

Al posto del deserto del Nevada mi appare quel bastardo che, con il suo sorriso putrido e infame, mi perseguita e mi sfida. Come se conoscesse qualche mio recondito segreto.

Provo a chiudere le applicazioni. Alt+F4. Niente! Provo ancora con CANC. Non succede nulla!

   Quel maledetto continua a fissarmi con i suoi occhi di ghiaccio e continua a sfidarmi: «eh?... non l’hai ancora capito… eh?» - insiste ancora. La sua voce metallica mi ferisce come la lama gelida di un rasoio che penetra nella mia carne. Non riesco a eliminare quell’infame! L’applicazione non si chiude. Il maledetto è sempre lì, che mi sorride e mi schernisce: «eh…! eh…! eh…!» -

   Allora provo a masticare qualche frase, ma le parole fanno fatica ad uscire dalla mia bocca impastata. Sembra piena di segatura bagnata: «Ma chi sei? Cosa vuoi da me?»

     Mi faccio coraggio e provo a sfidarlo anch’io: «Stronzo…! Che vuoi da me? Come fai a conoscermi?». Lui continua a guardarmi con il suo ghigno e quel sorriso schiacciato dai suoi denti radi e marci.

     Mentre continua a fissarmi, esce da quella bocca oscena - che sembra una cloaca - una nuvola di fumo biancastro e denso. E, gli rimane appiccicata sul volto.

    Come se fosse ghiaccio secco.

     Provo ancora con il tasto CANC. Non succede ancora nulla.

     Non riesco a eliminarlo: lui è sempre lì di fronte che mi sbeffeggia e mi perseguita. Questo incubo mi sta divorando. Provo, come ultimo rimedio, ad abbassare il monitor. Però me lo trovo di nuovo di fronte. Ancora una volta, la sua immagine diabolica è impressa sul coperchio del portatile. Ora si sta animando come in un video clip; si è trasferito sul retro e continua a sfidarmi. Quel ghiaccio secco che usciva dalla sua bocca schifosa, ora sta avvolgendo il mio notebook come un alone.

***

     Mi sveglio, di nuovo, di soprassalto.

     La mia Oregon proietta sul soffitto le sue ore rosse: sono appena le 4:37.

     Forse la cena con gli amici è stata troppo pesante. Decido di alzarmi, tanto ormai il sonno se n’è andato. Magari mi metto a scrivere qualcosa… però, ho in testa un brutto presentimento.

     Non riesco più a stare sotto quelle lenzuola umide e intrise di angoscia. La casa è ancora immersa nella semioscurità, le prime luci dell’alba filtrano, timide, dalle righe delle tapparelle. Dopo quella battaglia notturna, la prima cosa che faccio è dirigermi verso lo studio; non infilo nemmeno le ciabatte. Le piastrelle del pavimento, sotto i miei piedi scalzi, sono calde. Ma è un caldo anomalo, nonostante sia il venti di luglio.

     Devo controllare, subito, il mio portatile dove sono custoditi tutti i file dei miei racconti.

     Dalla porta semiaperta dello studio, filtra una fioca luce biancastra. È molto strano!  - penso - Sono sicuro di averla spenta prima di andare a dormire. Poi: questa notte, quando mi sono alzato per andare in bagno, era buio: potrei metterci la mano sul fuoco.

     Un po’ titubante, mi sporgo verso lo studio: sulla scrivania è appoggiato il mio portatile che emana una luce fredda. Un alone lattiginoso lo avvolge. Provo ad alzare il coperchio. È freddissimo! È talmente gelato che i polpastrelli mi rimangono incollati.

     Lancio un grido di dolore misto a terrore. Terrore per tutto ciò che sto vivendo.

     Non è un sogno… Ma, l’incubo non è finito.  

     Ora, sono sicuro, non sto più sognando. Sotto i miei occhi sgranati, il computer si sbriciola: rimane solo un mucchietto di ghiaccio tritato fumante. Tutti i miei dati sono andati persi.

     Come è possibile?

     Per fortuna, ho una copia, di tutto, su un hard disk esterno. Lo tengo, gelosamente sotto chiave, nel secondo cassetto della scrivania.

     Provo ad estrarlo - meno male! - l’hard disk è ancora lì… ma mentre sto per prenderlo, lo avvolge la stessa luce biancastra del portatile. In un attimo si sbriciola, e al suo posto… un altro mucchietto di ghiaccio tritato fumante.

Con gli occhi sgranati, mi guardo intorno. Volgo lo sguardo verso la finestra: c’è di nuovo quel tizio che mi guarda e sogghigna: «…Eh? Ora, l’hai capito perché i tuoi libri non si venderanno mai!»

Prendo il posacenere, appoggiato sul tavolo e lo scaglio contro il vetro che va i frantumi.

     Il bastardo è sparito, ma con lui anche tutti i miei file.

 

© Franco Duranti - 2014