Nell’aria c’era l’odore delle feste: le luminarie, le vetrine e le note gioiose della musica natalizia delle strade avrebbero dovuto portare un po’ di allegria.

     Non era così, c’era chi si aggirava senza meta per le fredde vie del centro storico di Ancona.  L’inverno aveva presentato il suo conto salato, in anticipo. Neve, ghiaccio e vento sferzante tagliavano la faccia come la gelida lama di un rasoio. 

     Mancavano una manciata di giorni per la nascita di Gesù Bambino.

     Una volta, per lui, quelli sarebbero stati giorni felici, di festa. Ma adesso, per Ruggero Contuzzi tutto era cambiato. Si preannunciavano giorni grigi, piatti, fragili, come la lastra di ghiaccio della pozzanghera gelata, dove aveva appena affondato la sua scarpa da tennis.

     Viveva le sue noiose giornate sempre con quel macigno sullo stomaco. Con quel peso che gli premeva come un sacco di cemento. Non ce la faceva più a stare seduto tutto il maledetto giorno dietro a quella scrivania. Aveva preso la sua decisione e, finalmente, era approdato alla sospirata pensione con qualche anno di anticipo.

     Non si era mai sposato. Adesso, che aveva smesso di lavorare, trascorreva le giornate fuori dal suo bilocale, solingo, come un vagabondo. Viveva con i suoi due gatti in quel’abitazione, umida e maleodorante di pesce, a due passi dal porto.

     Una compagna non l’aveva mai avuta; con il suo carattere schivo e introverso, era difficile che qualche donna gli si accostasse. Quelle poche donne che aveva conosciuto le aveva incontrate sotto gli Archi, e le aveva dovute pagare.

     Aveva un fratello più grande, Guido, ma non si parlavano più. Avevano troncato ogni rapporto dopo quel fatto increscioso nel quale Ruggero era stato coinvolto: quella storia dell’incendio in chiesa.

     Ruggero era stato poi scagionato, ma per Guido, quel marchio di piromane rimase indelebile. Quella segnalazione giaceva ancora negli archivi della Polizia.

     Una vecchia storia, risalente ormai a venticinque anni prima: Ruggero si era sempre proclamato innocente. Anche se allora, alcuni testimoni lo videro scappare, di corsa, subito dopo quell’incendio del confessionale.

     Di sicuro, un buon rapporto con i preti non l’aveva mai avuto. Da quegli anni in cui frequentava l’oratorio. Quella storia di pedofilia lo aveva segnato. Un sacerdote lo aveva costretto ad atti contro natura.

     Allora aveva undici anni, ma da quella violenza subita non si era più liberato.

***

     Adesso, che finalmente era riuscito ad andare in pensione in anticipo, Ruggero trascorreva le giornate a zonzo senza una meta.

     Si rifugiava nei centri commerciali: d’inverno andava per riscaldarsi, e d’estate, quando il termometro sballava e segnava trentacinque gradi, per rinfrancarsi con l’aria fredda sparata dai condizionatori.

     Quel clima di festa che si respirava, tutti quei colori e quelle luci che invadevano il centro, proprio non li sopportava. L’idea di passare ancora una volta il pomeriggio al centro commerciale l’aveva scartata. Tutta quell’allegria che si respirava lo angustiava.

     Ma, stare fuori non era una bell’idea, l’aria era tremendamente fredda e il rischio di prendersi una polmonite, con quell’abbigliamento fuori stagione, non era remoto.  Il vento gelido lo schiaffeggiava e schegge di ghiaccio gli si conficcavano come aghi nel viso.

     A cinquantadue anni si sentiva già vecchio; anche se indossava pantaloni blu di cotone con le tre righe della Adidas e la felpa grigia e gialla con la stampa del L.A. Lakers.

     Per ripararsi dal vento tagliente, in testa sotto il cappuccio, calzava anche una cloche di lana a righe, con i colori della Jamaica. Bob Marley sarebbe inorridito a vederlo.  

     Si fermò al bar, all’angolo in fondo a piazza del Papa.

     Voleva qualcosa che lo riscaldasse un po’.

     Appena entrato nel locale, si accorse che il tepore era piacevole, ma la gente che vi stazionava un po’ meno. Però lui, con quel suo viso torvo, si integrava in maniera perfetta a quella categoria di persone anonime e fannullone.

     Nessuno si era accorto di lui: erano tutti alle slot-machine. Incollati, con lo sguardo fisso sul display, con la speranza di infilare la combinazione giusta e finalmente udire il tintinnio delle monete vomitate dalla macchina. Illusi!

     Quelle macchine infernali continuavano a girare e nutrirsi, con avidità, dei loro soldi con la stessa voracità di un piraña.  

     Al bancone c’era Fausto, il vecchio barista.

     Lo riconobbe, sotto i suoi occhiali da miope, nonostante fosse tutto imbacuccato e infreddolito. Lo salutò, come era solito fare con tutti i clienti che entravano.

     La risposta di Ruggero non arrivò mai. Ma Fausto non gli dette importanza: ormai lo conosceva, lui era fatto così.

     Gli chiese:

     «Il solito macchiato?».

     Ruggero, grattandosi la testa da sopra il berretto, con lo sguardo imbronciato, come se avesse visto il diavolo, gli ricordo con la sua voce catarrosa:

     «Lungo e senza schiuma!».

     Bevve in fretta il suo caffè che per un attimo gli scaldò lo stomaco. Ma tutto quel rumore e quelle stupide musichette delle slot lo infastidivano. Prontamente infilò la mano nella tasca per pagare. Rovistando riuscì ad estrarre un fazzoletto sporco e stropicciato, un accendino Bic e un pezzo di corda arrotolata. Finalmente, in fondo, scovò una manciata di monete.

     Saldò il conto e uscì senza salutare, come sempre, mentre tutti avevano ancora lo sguardo ipnotizzato dallo schermo che continuava a proporre combinazioni sballate.

     Si ritrovò di nuovo catapultato sulla strada in quel freddo pungente. Si diresse verso la piazza, cercando di proteggersi dalle gelide ondate di tramontana che provenivano dal porto.

     S’incamminò rasentando i vecchi palazzi nobiliari per ripararsi. Spilli ghiacciati continuavano a colpirlo in volto, calzò il cappuccio della felpa fin sugli occhi protetti dalle lenti appannate per lo sbalzo termico.

     Dopo poche decine di metri, si trovò di fronte alla chiesa di San Domenico. La porta era aperta.

     Fuori della chiesa, un cartello con la scritta “Presepio”.   

     “Perché non entrare?”  -  Pensò di dare un’occhiata.  

     Tirò un sospiro di sollievo e si batté il giaccone per scrollarsi quei cristalli di neve incollati.   

     Non era attratto dalla religiosità del luogo, ma soltanto per ripararsi da quel maledetto freddo.

     Ruggero non pregava più! Non si rivolgeva più al Signore, da quella traumatica esperienza.

     Non era ateo, però pensava che Dio non fosse stato abbastanza attento nei suoi confronti.

     E che forse avrebbe dovuto scegliere meglio i suoi collaboratori. Il suo cuore da quella volta si era scheggiato, come il parabrezza di un’auto. E, se non riesci a fermare in tempo la scheggiatura, quella si allarga fino a disintegrarlo. Lui si era disintegrato, come quel parabrezza.

     La mattina successiva lo trovarono impiccato.

La gazzella dei Carabinieri era ferma davanti alla chiesa di San Domenico.

     Si stavano chiedendo chi avesse appeso Gesù Bambino alla palma del presepio!

© Franco Duranti - 2014