In città si respira l’aria del Natale. Lo testimonia il chiosco che distribuisce vin brulé fumante e caldarroste profumate; il venditore di palloncini ed i finti babbi natale che distribuiscono caramelle ai bambini. La gente che passeggia lungo il corso è apparentemente affaccendata, o forse lo è veramente.

     È domenica, il 15 di dicembre e, nonostante la crisi che perdura ormai da alcuni anni, i negozi del centro in questi giorni sono affollati. Mia moglie sta facendo la fila alla cassa, deve pagare gli acquisti per i regali. Ed io, che non amo fare le code, esco e l’aspetto fuori dal negozio. Tutta quella ressa mi dà ai nervi: troppo caldo! troppa gente! Troppi odori che si mescolano tra loro!

     Osservo quella massa di persone che sfila lungo il corso davanti ai miei occhi: una fiumana di persone. Molti di quei visi sono anonimi. Sicuramente provengono dai paesi della Vallesina. Anche loro in città per gli acquisti di Natale. Ogni tanto qualcuno mi riconosce e mi saluta, nonostante sia imbacuccato e mimetizzato da sciarpa e cappello. Io ricambio, con un’evidente aria di insofferenza. L’aria del corso è frizzante, la sento penetrare nelle narici che mi solletica i bronchi e la punta del mio naso affilato è arrossata e rischia di gocciolare. Sono stufo di fare il piantone, fuori dal negozio. Vorrei proseguire e passeggiare per il centro storico dove non c’è tutto quel via vai.

     Allungo lo sguardo all’interno per verificare la lunghezza della fila: credo che mia moglie sia rimasta ingabbiata con le cose da pagare in mano. Mentre sbircio con impazienza, i miei occhi si scontrano con quelli di un uomo di circa sessant’anni che molto probabilmente sta spettando anche lui, come me, che la moglie concluda i suoi acquisti.  

     Per un attimo, quegli occhi azzurri e un po’ fuori dalle orbite che mi stanno scrutando mi ricordano qualcuno. Ho la sensazione che stiano seguendo i miei movimenti con troppa curiosità. Mi sembra di aver già visto quel tipo! Ma non sono sicuro e mi blocco cercando di riordinare i pensieri. Qualcosa, dentro di me, mi dice che devo verificare se la mia supposizione è azzeccata. Forse è lui, ma potrebbe anche essere uno che gli assomiglia. Se la mia intuizione è esatta, da quando ci frequentavamo, sono trascorsi quasi cinquant’anni. Ma il tempo è stato implacabile con tutti, non concede sconti!

Nemmeno a noi che eravamo i giovani nel ’68.  

     Rientro nel negozio dove ancora alla cassa c’era la ressa. Con un lieve imbarazzo decido di avvicinarmi al personaggio in questione, e gli chiedo: scusa, ma tu sei…? - lui mi anticipa - Si, sono io, e tu sei Franco!?- Uno strano senso di gioia mista a stupore mi pervade: non posso fare a meno di abbracciarlo. - Noo! Non può essere Gilberto! - È stato stranissimo sentire ancora la sua voce nasale e gracchiante, e quella risata isterica che sembrava non riuscisse a prendere fiato.

Immutata, uguale ad allora. Quanti risate facevamo insieme!

     E allora, via!  In breve un fiume di ricordi comincia a scorrere tra di noi. Le nostre vite, che erano state strappate dalla corrente impetuosa degli anni, iniziano galleggiare di nuovo. In un attimo, ci rivediamo come allora: giovani degli anni sessanta, pieni di speranze e di progetti per il futuro. Frequentavamo quella barbieria lungo il corso: di fronte alla caserma dei Carabinieri, dove lui stava a bottega. Gilberto aveva smesso la scuola, ed era l’unico del nostro gruppo di amici studenti che stava imparando un mestiere. Era il garzone della barbieria di Cimarelli: frequentavamo quel salone per farci pettinare, da lui, le nostre folte capigliature “beat” che avrebbero fatto breccia nel cuore delle ragazzine. Ma andavamo da lui anche per fumare le sigarette che lui ci offriva. Gilberto, al contrario di noi squattrinati, poteva permettersi di comprarle: guadagnava qualche lira. Allora provavamo tutte le marche che lui acquistava e ci offriva: le Peer, le Muratti Ambassdor, le Peter Stuyvensant, le Kent . Tutte quelle marche mi sono riaffiorate in un attimo.

     Andavamo in quella bottega, dove lui lavorava e ci raccontavamo le nostre prime timide esperienze sessuali. Ci confrontavamo tra di noi, come per sentirci più sicuri di quello che stavamo vivendo.  Di come baciasse la tipa, delle grosse tette dell’altra, oppure se la tizia si faceva mettere le mani sotto le gonne… oppure, dell’altra che era impacciata nei “movimenti”. Questi argomenti, che ora ci fanno sorridere, allora erano ragguardevoli per noi sbarbatelli.

     Mentre sto ancora aspettando che mia moglie raggiunga con successo il traguardo della cassa, in un attimo ripercorriamo velocemente quegli anni. Mi chiede dove siano finiti tutti quelli che allora frequentavamo la “sua” bottega: Gigi, Gino, Mario, e Augusto che ora si trova a Milano. Ed Enzo che non c’è più. Mi conferma che l’unico con cui ha lui avuto dei contatti è Liano. Come allora, persiste nelle sue idee mussoliniane (era l’unico fuori dal coro). Poi, dei vecchi amici di quei tempi, l’unico che  ogni tanto rivede è Mazzarì. Anche lui abita in Ancona come Gilberto . - Cazzo! Quanti anni sono passati!  - Dobbiamo riviverli, e rivederci ! - gli dico. Però nel frattempo gli comunico che, per non mandare disperso il patrimonio di quegli anni, ho pubblicato un libro. Mi ha promesso che lo acquisterà e mi auguro che lo faccia. Non per le royalty della pubblicazione, ma perché anche lui si ritroverà catapultato in quel periodo fantastico.

     Mia moglie, finalmente, ha terminato la chilometrica fila. Mi sta raggiungendo, carica di shopper, sulla linea del traguardo: l’uscita. Ancora sto ridacchiando con lui: glielo presento anche se di vista si conoscevano. Lui, allora, abitava giù al borgo Garibaldi e mia moglie (la mia ragazza di allora) da poco si era trasferita in quella zona. E ancora, i ricordi continuavano a galleggiare come delle gocce d’olio sull’acqua. Sembrava che non fosse possibile prosciugarli. A fatica, ci scambiamo i numeri di telefono. Lui con i nuovi apparecchi super tecnologici, non riesce dialogare e per riuscire a scoprire il suo numero in archivio, c’è stato in bel da fare. Gli prometto che alla prossima cena di noi vecchi/giovani degli anni sessanta lo inviteremo. Il suo sguardo allucinato e le sue risate isteriche ci faranno rivivere ancora le emozioni della nostra gioventù.

     Buon Natale amici!

 

Franco Duranti - 2015