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Ero uscito di casa che erano da poco passate le 16,30. Che cosa stavo facendo davanti al computer con quel sole? Quel timido sole che avrebbe irradiato ancora per poco quel blu intenso del cielo pomeridiano. Un sole invernale, di novembre, ma che aveva ancora la forza di riscaldare le mie vecchie ossa arrugginite. In lontananza, verso il monte San Vicino, si addensavano cupe nubi grigie che non promettevano nulla di buono. Ma non volevo lasciarmi scappare quello scampolo di luce. Tiro fuori l’auto dal garage e mi dirigo verso gli impianti sportivi, dove, come sempre i soliti fanatici stavano facendo jogging girando intorno all’anello del palazzetto dello sport.

Non avevo voglia di correre, mi bastava respirare a pieni polmoni quell’aria frizzante. Mi soffermo a guardare i padroni dei cani, che nel prato si lasciavano trainare allegramente dai loro animali. Anche loro, come me, stavano approfittando della bella giornata. Io non ho cani da portare al guinzaglio. Non perché non li ami, ma perché sono creature che, se decidi di tenerle con te, poi devi essere certo di poter dare a loro tutte le attenzioni di cui hanno bisogno. Quindi quel pomeriggio avevo con me solo i miei pensieri liberi. Liberi di vagare nella mia mente come cani scodinzolanti.

Inforco gli occhiali scuri, scarto un chewing-gum e inizio a biascicare la mia gomma. Mi stavo godendo quel rimasuglio di cielo limpido che a poco a poco si stava offuscando. Ma quel contrasto di luce e nuvole dense mi piaceva, stava accarezzandomi la mente.  Le nubi, che verso il monte fino a poco prima erano minacciose, ora lanciavano in lontananza chiari e sinistri borbottii. E lo sfavillio dei lampi le illuminavano a intervalli sempre più regolari. Il temporale si stava avvicinando alla città. Maledetto temporale, stavo cosi bene…!

Però, non ero affatto preoccupato del repentino mutamento meteoroloigico. Avevo deciso che avrei atteso l’arrivo dei giocatori di basket per assistere all’allenamento pomeridiano. La pioggia che da li a poco, sicuramente sarebbe arrivata non mi avrebbe comunque bagnato. Mi sarei rifugiato all’interno del palazzetto e avrei scambiato le solite quattro chiacchiere con quei soliti tifosi curiosi come me. I discorsi sarebbero stati sempre gli stessi: le precarie condizioni atletiche di Rocca e di Santiangeli, la prossima compagine che avremmo affrontato la domenica successiva, e le critiche agli arbitri che continuavano a penalizzare la nostra squadra già gravata dai numerosi infortuni.

Mentre i giocatori iniziano a scendere sul parquet e cominciano a riscaldare i loro muscoli, come da copione anche noi attacchiamo con commenti d routine. Fuori, il temporale stava iniziando la sua opera  devastatrice, si percepivano i goccioloni rimbalzare sul tetto. Forse era la grandine che faceva tutto quel baccano! I tuoni, adesso si erano avvicinati prepotentemente alla città. Gli schianti secchi rimbombavano all’interno della struttura sportiva che fungeva da cassa acustica. In un attimo fuori si era fatto buio: il sole che splendeva fino a poco prima era stato sommerso da quei pesanti nuvoloni di piombo. Il temporale sopra la città, aveva avvolto tutto come una lugubre, pesante coperta di lana scura.

Non ero preoccupato per la pioggia incessante. Ma improvvisamente mi assale un dubbio: avrò chiuso le finestre? Con quel pandemonio e la pioggia che spazzava a vento, se le avessi lasciate aperte probabilmente avrei trovato la casa allagata. Quando ero uscito c’era il sole che splendeva e ora con quel temporale…?. Ero bloccato dalla pioggia incalzante e non mi permetteva di raggiungere l’auto parcheggiata fuori dal palazzetto senza inzupparmi come un pulcino. Avrei aspettato ancora un po’. Magari avrebbe smesso, poi sarei andato a controllare se a casa tutto era a posto..

Tutto quel finimondo lentamente stava allentando, il temporale si allontanava, ora si stava spostando rapidamente verso sud-est.  

Quello era il momento giusto per raggiungere l’auto al parcheggio. In poco meno di dieci minuti sarei arrivato a casa.  Mentre ero sulla via del ritorno, le strade della città erano ancora intrise di pioggia, lucide come quelle di Parigi quando vengono lavate dagli idranti. Le pozzanghere e i rivoli, ai margini della carreggiata ancora cariche di acqua piovana al passaggio delle auto lanciavano allegri spruzzi, come giochi d’acqua. La mia C3, lungo il viale, stava partecipando a questo gioco senza preoccuparsi di schivare le pozzanghere.

Finalmente a casa! Aveva smesso di piovere completamente. Aziono l’apertura del cancello automatico e noto con piacere che le tapparelle delle due porte/finestre sono abbassate… Quindi deduco: “sono stato fortunato l’acqua non è entrata!”

...SORPRESA!

L’acqua non era entrata ma in mia assenza erano entrati i ladri a farmi una “gradita” visita. Si erano introdotti, con facilità, forzando la finestra (chiusa) del mio studio che è nascosta ad occhi indiscreti. Con l’agilità che caratterizza i felini, erano balzati dentro senza spostare il mio notebook che è addossato alla finestra. Si sono infischiati di tanti altri oggetti di valore che si trovavano nella stanza, e hanno privilegiato cose più facili da asportare.

Molto gentilmente e in poco tempo hanno aperto la cassaforte “nascosta” da una riproduzione di un quadro di Toulouse-Lautrec che si trovava nella mia camera da letto. Tagliandola in due come fosse burro.

E, che dire? Quando sono uscito di casa c’era un bel sole che mi scaldava il cuore. Quando sono tornato il sole era sparito. Ma, insieme a quel sole invernale erano spariti anche tutti i miei ricordi di una vita. Ogni oggetto d’oro era un pezzo di me, della mia famiglia, di noi. La mia storia, che ora non c’era più.

Il sole di novembre, dopotutto, non è un buon sole…

 

© Franco Duranti - 2015